LIXPEN la penna che disegna in 3D LIXPEN la penna che disegna in 3D ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL E se i vostri disegni potessero materializzarsi? Non parlo di una nuova serie di fantascienza ma della penna LIX.  Si tratta di una nuova penna 3D, creata grazie al crowdfunding su Kickstarter. LIX 3D Pen è stata ideata da un gruppo di giovani a Londra, assomiglia alla famosa 3Doodler, ma è più piccola, più sottile ed è alimentata da un cavo USB. [youtube… View On WordPress

LIXPEN la penna che disegna in 3D

LIXPEN la penna che disegna in 3D

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E se i vostri disegni potessero materializzarsi? Non parlo di una nuova serie di fantascienza ma della penna LIX

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Si tratta di una nuova penna 3D, creata grazie al crowdfunding su Kickstarter. LIX 3D Pen è stata ideata da un gruppo di giovani a Londra, assomiglia alla famosa 3Doodler, ma è più piccola, più sottile ed è alimentata da un cavo USB.

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"Parti con un libro", la notte bianca dei libri a Napoli! “Parti con un libro”, la notte bianca dei libri a Napoli! ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Ho appena saputo di un’elettrizzante iniziativa napoletana, la notte bianca dei libri. Si terrà il 31 luglio, giornata in cui le librerie resteranno aperte fino a mezzanotte. L’iniziativa dal nome “Parti con un libro” prevede un ricco programma di eventi con letture, degustazioni e musica. Sono copromotrici dell’iniziativa l’Associazione “A voce Alta” e… View On WordPress

"Parti con un libro", la notte bianca dei libri a Napoli!

“Parti con un libro”, la notte bianca dei libri a Napoli!

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Ho appena saputo di un’elettrizzante iniziativa napoletana, la notte bianca dei libri. Si terrà il 31 luglio, giornata in cui le librerie resteranno aperte fino a mezzanotte. L’iniziativa dal nome “Parti con un libro” prevede un ricco programma di eventi con letture, degustazioni e musica. Sono copromotrici dell’iniziativa l’Associazione “A voce Alta” e…

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ENGLISH - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Per il mio onomastico non mi faccio mancare proprio nulla: prova di vini in barca al tramonto navigando al lato dei delfini. Cosa ve ne pare? Sto parlando ovviamente del Wine Sunset Party 2014. Vere e proprie mini crociere enoturistiche, sull’imbarcazione MIL ANDANÇAS, che da maggio a settembre solcano le acque dell’estuario del Sado in compagnia dei delfini. La crociera include una prova di degustazione di vini della penisola di Setúbal e prodotti regionali come formaggi, salumi, pane cotto in forno a legna, dolci e frutta di stagione. Il tutto accompagnato dalla spiegazione di enologi che racconteranno del magnifico scenario della baia di Setúbal e della Serra da Arrábida. La crociera è iniziata alle 18:30 nel porto di Setúbal proprio accanto agli imbarchi dei traghetti per Tróia. Abbastanza difficile trovarlo, anche perché i locali non conoscevano l’agenzia e nemmeno il tour. Condivido con voi questa mappa così da non perdervi e perdere tempo. Attenzione perché arrivati al molo non troverete nessun cartello con il nome Sado Arrábida, ma troverete un gruppetto ad attendere la barca. Vi consiglio comunque di chiedere. Partiti con vento in poppa, in realtà era laterale ma non lo so dire in termini marinari, ci dirigiamo verso la Marina de Tróia per far imbarcare gli altri ospiti poi dritti verso i delfini. Durante le quasi 3 ore abbiamo girato in circolo, io consiglierei ovviamente di ristudiare l’itinerario. La parte più suggestiva è sicuramente la navigazione lungo la costa della Serra da Arrábida, oramai quasi al tramonto. Non trovate anche voi suggestivo il Forte do Outão? L’esperienza della prova di vini al tramonto è stata carina ma la prossima volta ho intenzione di fare esclusivamente il dolphin watching. Vi aggiornerò non vi preoccupate. Se intanto volete rivivere la mia esperienza eccovi le prossime date. Ovviamente la serata non poteva che concludersi con i famosi “chocos fritos” (seppie fritte) di Setúbal. Deliziose ed enormi rispetto le nostrane. Ancora curiosi? Allora…. GUARDATE LA GALLERIA FOTOGRAFICA Onomastico al tramonto tra vini e delfini ENGLISH - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Per il mio onomastico non mi faccio mancare proprio nulla: prova di vini in barca al tramonto navigando al lato dei delfini.

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Per il mio onomastico non mi faccio mancare proprio nulla: prova di vini in barca al tramonto navigando al lato dei delfini. Cosa ve ne pare? Sto parlando ovviamente del Wine Sunset Party 2014.

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Vere e proprie mini crociere enoturistiche, sull’imbarcazione MIL ANDANÇAS, che da maggio a settembre solcano le acque dell’estuario del Sado in compagnia dei delfini. La crociera include una prova di degustazione di vini della penisola di Setúbal e prodotti regionali come formaggi, salumi, pane cotto in forno a legna, dolci e frutta di stagione. Il tutto accompagnato dalla spiegazione di enologi che racconteranno del magnifico scenario della baia di Setúbal e della Serra da Arrábida.

La crociera è iniziata alle 18:30 nel porto di Setúbal proprio accanto agli imbarchi dei traghetti per Tróia. Abbastanza difficile trovarlo, anche perché i locali non conoscevano l’agenzia e nemmeno il tour. Condivido con voi questa mappa così da non perdervi e perdere tempo. Attenzione perché arrivati al molo non troverete nessun cartello con il nome Sado Arrábida, ma troverete un gruppetto ad attendere la barca. Vi consiglio comunque di chiedere.

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Partiti con vento in poppa, in realtà era laterale ma non lo so dire in termini marinari, ci dirigiamo verso la Marina de Tróia per far imbarcare gli altri ospiti poi dritti verso i delfini. Durante le quasi 3 ore abbiamo girato in circolo, io consiglierei ovviamente di ristudiare l’itinerario. La parte più suggestiva è sicuramente la navigazione lungo la costa della Serra da Arrábida, oramai quasi al tramonto. Non trovate anche voi suggestivo il Forte do Outão?

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L’esperienza della prova di vini al tramonto è stata carina ma la prossima volta ho intenzione di fare esclusivamente il dolphin watching. Vi aggiornerò non vi preoccupate. Se intanto volete rivivere la mia esperienza eccovi le prossime date.

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Ovviamente la serata non poteva che concludersi con i famosi “chocos fritos” (seppie fritte) di Setúbal. Deliziose ed enormi rispetto le nostrane.

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Ancora curiosi? Allora….

GUARDATE LA GALLERIA FOTOGRAFICA

Onomastico al tramonto tra vini e delfini ENGLISH - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Per il mio onomastico non mi faccio mancare proprio nulla: prova di vini in barca al tramonto navigando al lato dei delfini.
ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL È da un po’ che non condivido con voi le mie ricette, chi mi segue su Instagram sa molto bene che coccolo tutti i giorni il mio palato e di conseguenza la mia anima. Ieri volevo preparare una cenetta speciale ed estiva, ho aperto il frigo cercando nello scaffale dei vegetali (come ben sapete non mangio carne) e vedo due bellissimi peperoni rosso fuoco. Non volevo fare le solite ricette ovvie così ho deciso di riempirli di cous cous. INGREDIENTI - per due persone - 2 peperoni (rossi) 1 cipolla bianca media 1 zucchino uva passa (un cucchiaio da zuppa) 1 ciotolina di cous cous (3 tazzine da caffè) 1 ciotolina di piselli (3 tazzine da caffè) olio, curry e sale q.b. vino bianco (1 tazzina da caffè) brodo vegetale PREPARAZIONE Tagliare a dadini lo zucchino e la cipolla e fateli saltare in una padella con un filo di olio extra v.o. Quando il composto è cotto aggiungete i piselli e fate dorare il tutto. Aggiungete il vino ed aumentare la fiamma per far evaporare l’alcool. A questo punto a aggiungete il cous cous e l’uvetta e far cuocere con dei mestoli di brodo. A piacere potete spolverizzare il tutto con del curry. Pronto il ripieno, lavate bene i peperoni, asciugateli e svuotateli con attenzione, così da non romperli. Riempite i peperoni con il ripieno, aggiungete un filo di olio e adagiateli in una terrina precedentemente oleata ed informate per circa 30-40min. Potete servirli caldi, io li preferisco, o freddi. Potete guarnire il piatto con una fresca insalata o del pane tostato. Scatenatevi con la fantasia, la cucina è un’arte e non ha limiti. Buon appetito!   Volete leggere altre mie ricette? ECCOLE! Lo chef consiglia: Peperoni ripieni di Cous Cous ENGLISH - PORTUGUÊS - FRANÇAISE - ESPAÑOL È da un po’ che non condivido con voi le mie ricette, chi mi segue su…

ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL

È da un po’ che non condivido con voi le mie ricette, chi mi segue su Instagram sa molto bene che coccolo tutti i giorni il mio palato e di conseguenza la mia anima. Ieri volevo preparare una cenetta speciale ed estiva, ho aperto il frigo cercando nello scaffale dei vegetali (come ben sapete non mangio carne) e vedo due bellissimi peperoni rosso fuoco. Non volevo fare le solite ricette ovvie così ho deciso di riempirli di cous cous.

INGREDIENTI

- per due persone -

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2 peperoni (rossi)

1 cipolla bianca media

1 zucchino

uva passa (un cucchiaio da zuppa)

1 ciotolina di cous cous (3 tazzine da caffè)

1 ciotolina di piselli (3 tazzine da caffè)

olio, curry e sale q.b.

vino bianco (1 tazzina da caffè)

brodo vegetale

PREPARAZIONE

Tagliare a dadini lo zucchino e la cipolla e fateli saltare in una padella con un filo di olio extra v.o. Quando il composto è cotto aggiungete i piselli e fate dorare il tutto. Aggiungete il vino ed aumentare la fiamma per far evaporare l’alcool. A questo punto a aggiungete il cous cous e l’uvetta e far cuocere con dei mestoli di brodo. A piacere potete spolverizzare il tutto con del curry.

Pronto il ripieno, lavate bene i peperoni, asciugateli e svuotateli con attenzione, così da non romperli. Riempite i peperoni con il ripieno, aggiungete un filo di olio e adagiateli in una terrina precedentemente oleata ed informate per circa 30-40min.

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Potete servirli caldi, io li preferisco, o freddi. Potete guarnire il piatto con una fresca insalata o del pane tostato. Scatenatevi con la fantasia, la cucina è un’arte e non ha limiti. Buon appetito!

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Volete leggere altre mie ricette? ECCOLE!

Lo chef consiglia: Peperoni ripieni di Cous Cous ENGLISH - PORTUGUÊS - FRANÇAISE - ESPAÑOL È da un po’ che non condivido con voi le mie ricette, chi mi segue su…
"Madame & Monsieur", Sonia Lupo al cinema “Madame & Monsieur”, Sonia Lupo al cinema ENGLISH - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Il legame tra cinema e moda è imprescindibile sin quasi dai suoi albori. Grazie all’ufficio stampa di Sonia Lupo Atelier sono venuta a conoscenza che uno dei suoi meravigliosi capi sarà protagonista del cortometraggio “Madame & Monsieur” di Eleonora Albrecht. Indosserà lei stessa l’abito che Sonia Lupo ha creato appositamente per il cortometraggio. IL FILM View On WordPress

"Madame & Monsieur", Sonia Lupo al cinema

“Madame & Monsieur”, Sonia Lupo al cinema

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IL FILM

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Dissection by VHILS ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Foto: vhilsfundacaoedp.com Cosa fare una domenica pomeriggio a Lisbona? C’è chi va in spiaggia e chi non potrebbe mai perdersi la prima personale dell’artisti urbano Alexandre Farto aka VHILS. Ci sono diverse tipologie di scultori e di materiali utilizzati per creare le loro opere, ma chi avrebbe mai detto che si potessero scolpire pareti di edifici… View On WordPress

Dissection by VHILS

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Foto: vhilsfundacaoedp.com

Cosa fare una domenica pomeriggio a Lisbona? C’è chi va in spiaggia e chi non potrebbe mai perdersi la prima personale dell’artisti urbano Alexandre Farto aka VHILS.

Ci sono diverse tipologie di scultori e di materiali utilizzati per creare le loro opere, ma chi avrebbe mai detto che si potessero scolpire pareti di edifici…

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Interviewing Sonia Lupo ITALIANO - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL During the last edition of FASHION FRAMES in Florence, I participated as Amsterdam Fahsion Tv‘s editor and I met SONIA LUPO. I spoke with her about her work and collection. Are you curious? Don’t worry, I share with you our interview published on Amsterdam Fashion Tv blogzine. Enjoy! ABOUT THE DESIGNER For Sonia Lupo fashion is poetry, intuition,… View On WordPress

Interviewing Sonia Lupo

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ITALIANO - PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL

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During the last edition of FASHION FRAMES in Florence, I participated as Amsterdam Fahsion Tv‘s editor and I met SONIA LUPO. I spoke with her about her work and collection. Are you curious? Don’t worry, I share with you our interview published on Amsterdam Fashion Tv blogzine. Enjoy!

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ABOUT THE DESIGNER

For Sonia Lupo fashion is poetry, intuition,…

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A Tale of Tiles! A Tale of Tiles! ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Il mio amore per le famose mattonelle portoghesi oramai è risaputo. Posso dire che in questi 10 anni ho un archivio fotografico da far paura ai collezionisti. Ma cosa ne direste se queste splendide mattonelle potessero esser indossate? Ovviamente penserete tutti che voglio parlarvi dell’ultima sfilata di Dolce&Gabbana, ed invece no, mi riferisco alla… View On WordPress

A Tale of Tiles!

A Tale of Tiles!

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Il mio amore per le famose mattonelle portoghesi oramai è risaputo. Posso dire che in questi 10 anni ho un archivio fotografico da far paura ai collezionisti. Ma cosa ne direste se queste splendide mattonelle potessero esser indossate? Ovviamente penserete tutti che voglio parlarvi dell’ultima sfilata di Dolce&Gabbana, ed invece no, mi riferisco alla…

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Nato in Italia sartoria Made in Italy Nato in Italia sartoria Made in Italy ENGLISH – PORTUGUÊS – FRANÇAISE – ESPAÑOL Come si può non esser orgogliosi quando si scoprono marche di eccellenza della propria terra? Grazie al brillante lavoro svolto dall’ufficio stampa di Nato in Italia anche dal lontano Portogallo posso esser sempre informata sulle novità nostrane. Dal suo nome non ci si può sbagliare, Nato in Italia è una marca tutta made in Italy, o per esser più precisi View On WordPress

Nato in Italia sartoria Made in Italy

Nato in Italia sartoria Made in Italy

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Come si può non esser orgogliosi quando si scoprono marche di eccellenza della propria terra? Grazie al brillante lavoro svolto dall’ufficio stampa di Nato in Italia anche dal lontano Portogallo posso esser sempre informata sulle novità nostrane.

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Dal suo nome non ci si può sbagliare, Nato in Italia è una marca tutta made in Italy, o per esser più precisi

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ENGLISH – ITALIANO - FRANÇAISE – ESPAÑOL No passado dia 26 de Junho fui a um vernissage, à Gulbenikian de Lisboa, da exposição fotografica de Edgar Martins. Edgar é um fotografo portugûes, nascido em Évora mas que cresceu em Macau. Em 1996 foi viver para Londres onde estudou fotografia no London College of Printing & Distributive Trades, e conseguiu un mestrado em Photography and Fine Art no Royal College of Art de Londres. Em 2010 o Centro Cultural Calouste Gulbenkian  de Paris organizou a sua primeira retrospectiva. Tive o privilégio de admirar o trabalho fotográfico de Edgar com o seu próprio comentário. O fotografo teve acesso privilegiado a dezenas de instalações da ESA (Agência Espacial Europeia) que nunca abriu as portas  à projetos artísticos. O resultado foram 60 fotografias, “A Impossibilidade Poética de Conter o Infinito“.  O projecto inclui também a publicação de um livro e uma serie de conferências, debates e seminários em várias universidades europeias. Entre 2012 e 2013, durante 18 meses, o fotógrafo português esteve nas instalações da ESA, naquela que foi a primeira vez que a agência abriu as portas a um olhar externo. Esteve ainda em empresas parceiras da ESA, passando pelo Reino Unido, Holanda, França, Espanha, Alemanha, Espanha, Itália, Cazaquistão e Guiana Francesa. Se vocês querem visitar a exposição será patente até 7 de setembro na galeria de exposições temporárias da fundação Fundação Calouste Gulbenkian. Consultando il catalogo Con l’artista Edgar Martins Durante o vernissage tive a oportunidade de falar com o fotografo que me prometeu uma entrevista. Aqui vai, boa leitura. - Como surgiu a ideia de fotografar uma agência espacial? Não fui um filho da geração da «corrida espacial». Nasci no final dos anos setenta, mas deixei-me encantar pelas missões Apollo como se encantaram aqueles que as viveram. E tal como tantas outras crianças das décadas de sessenta e setenta, também eu quis tornar-me astronauta (o que não era tarefa fácil para um europeu a crescer na China). Lembro-me de, em adolescente, sonhar com o espaço. De facto, em toda a minha vida, só tive dois sonhos recorrentes. Um é um pesadelo estranho, com diferentes figuras geométricas que não encaixam bem umas nas outras a caírem do céu, e que se aglomeram criando formas cada vez maiores e mais esotéricas, como um jogo de Tetris infernal. Mas isso é uma conversa para outro dia, muito provavelmente com um psiquiatra. O outro sonho é ligeiramente mais tangível, ainda que igualmente desconcertante, que me leva frequentemente a acordar de lágrimas nos olhos. Nesse sonho sou atirado para o espaço (apesar de nunca me lembrar de como isso aconteceu exactamente). Quando entro em órbita sobre a Terra, a flutuar na gravidade zero e olho para baixo, para o planeta, pela primeira vez, a experiência deixa-me avassalado. Subitamente, sou invadido por um profundo sentimento de calma e consciência, como se finalmente tivesse compreendido todos os segredos do planeta e a solução para os seus problemas. É o tipo de momento em que somos confrontados com o nosso ímpeto dialéctico e saímos a ganhar. Depois, acordo. Recentemente, foi-me dada a oportunidade de conhecer e conversar com alguns astronautas que me confidenciaram que ver a Terra do espaço pela primeira vez é uma experiência bastante comovente. Os astronautas do programa Apollo falam de uma experiência transcendental ou espiritual. Também é do conhecimento geral que a tão celebrada fotografia do Nascer da Terra, feita durante a era Apollo, inspirou toda uma geração de pessoas, nomeadamente o movimento verde. Para resumir uma história que já vai longa, o espaço e todo o misticismo e maravilhas tecnológicas que o rodeiam têm uma ressonância imensurável na nossa consciência social e individual. Isto é algo do qual eu sempre tive uma consciência clara, e é por isso que o espaço tem sido um tema recorrente no meu trabalho. Este é um tópico que constantemente me (nos) arremessa para as antíteses da percepção e da existência, que nos empurra para a exploração das fronteiras volúveis e realidades instáveis que instiga ligações inesperadas, ilógicas e oscilantes. De forma que, quando um dia, li um artigo de um dos directores da ESA a explicar a importância da agência se abrir ao público de uma forma mais marcante, considerei que este seria o contexto ideal para os contactar. Nesse mesmo dia escrevi uma longa carta à ESA onde expliquei que queria produzir a mais completa descrição de sempre de uma das mais importantes organizações científicas e espaciais e dos seus programas. Mencionei que acreditava que o futuro da exploração espacial exigia um contínuo diálogo social e cultural, no qual as artes e, em particular a fotografia, podia desempenhar um papel dinâmico e vital. A proposta que apresentei à ESA foi bastante ambiciosa: propús participar de forma crítica nos seus programas, tais como os programas de microgravidade, navegação, telecomunicação, exploração lunar, de Marte, de Mercúrio, entre muitos outros, elaborando ao mesmo tempo reflexões acerca das novas políticas de exploração espacial bem como acerca do impacto deste tipo de aplicação tecnológica na nossa consciência social. Mais do que um projecto sobre a agência espacial europeia e sobre o imaginário ligado à exploração espacial este projecto teria também de representar uma reflexão sobre a nossa relação com a tecnologia. Dado que as instalações da ESA são inexoravelmente heterogéneas, lugares onde existe uma convergência, sobreposição e desfocagem dos sentidos, funções e temporalidades, um dos principais desafios que se me colocou foi desenvolver uma abordagem que fosse simultaneamente descritiva e especulativa, que documentasse mas também desconstruísse os espaços e os objectos, revelando assim as suas derivações poéticas e ressonâncias culturais e ideológicas. - Não é comum fotografar a ESA, como reagiram ao teu pedido? Eu fiquei muito sensibilizado com o facto de a ESA ter acolhido o projecto e a ideia de eu trazer comigo uma perspectiva artística e crítica. Trata-se da primeira vez que a agência abriu as suas portas a um artista visual, desta forma. De uma forma geral a prestação e atitude da ESA e dos seus funcionários foi louvável. A abertura de espírito da organização ao projecto e às minhas ideias (por vezes um pouco ambiciosas) e o apoio logístico que me facultaram foi notável (e, também, algo surpreendente) o que permitiu produzir um projecto original, coerente e multifacetado. - Quais foram as dificuldades maiores que tiveste que enfrentar durante o teu trabalho fotográfico? Condicionantes logísticas e operacionais já eu esperava. Todavia, não há dúvida que um dos grandes desafios que enfrentei foi o demobilizar e despertar a curiosidade e interesse dos funcionários dos vários locais que visitei e sensibilizá-los ao mesmo tempo para a minha forma de trabalhar e ideias. Apesar de eu ter o apoio incondicional da administração da ESA foi necessário negociar as condições/termos de acesso aos vários locais, en loco. Há que ter em conta que a minha forma de trabalhar é quase antagónica à realidade dos espaços que estava a fotografar. Para além disso também é importante salientar que Agência Espacial Europeia não tinha, na altura, uma cultura de diálogo com artistas. - O teu eliminar completamente o factor humano, tirando os cadernos de apontamentos, foi ditado para exigências ou foi uma escolha meditada? Em projectos anteriores a exclusão de pessoas fez sempre parte da minha metodologia. A omissão de pessoas, de referências temporais concretas, permitiu-me sempre proporcionar ao leitor um canvas branco aonde projectar as suas próprias ideias, experiências, etc. A ausência de pessoas obriga-nos a preencher o vazio que a fotografia implacavelmente expõe. De certa forma este trabalho mantém esta linha de abordagem, mas neste caso concreto a omissão de pessoas também teve a ver com razões operacionais e técnicas (no sentido em que as longas exposições nem sempre registam movimento). - No documentario Entre Imagens, da RTP2, a um certo ponto afirmas que o que tu fotografas não são objectos mas “eventos”, pode nos explicar melhor este conceito? Eu sempre tive um interesse particular em teatro, em performance, mas não no sentido tradicional da palavra. Nas minhas imagens estou frequentemente interessado em captar a performance do mundo, enquanto si próprio, mas como um conjunto de processos e factos. A meu ver a única forma de captar isso é abrandando o tempo razão porque uso longas exposições e porque uso a minha câmara fotográfica como se fosse uma câmara de filmar. Eu sempre gostei da ideia que cada e qualquer espaço sofre um processo de mutação instigado pela pessoa que o observa e sempre que o observa. Ou seja, o mero acto de observação faz de nós agentes activos, nesta relação que temos com o mundo que nos rodeia. De forma que o que estou realmente a dizer é que se pudermos abrandar o tempo o suficiente talvez possamos captar isso. Portanto, eu não vejo nem os espaços nem os objectos representados nas imagens como tal, mas sim como eventos. As minhas imagens representam um tempo suspenso antes ou depois de um evento. Representam a memória de um evento. Representam uma dimensão temporal mais alargada que, por vezes, não pode se definida nem negada. Isto é particularmente relevante em projectos mais antigos como The Accidental Theorist ou When Light Casts no Shadow. - Durante o vernissage na Gulbenkian de Lisboa disseste que o que te fascina mais no acto de fotografar em analógico é o que algo sempre surpreende-te. É este o que te dá a motivação de continuar a fotografar com estes meios? Sem dúvida. É um factor importante. A fotografia sempre permitiu ao fotógrafo exercer um certo grau controle sobre o sujeito fotográfico . O meu objectivo é abdicar de uma parte desse controle. Portanto, aquilo que me motiva, hoje em dia, não são as possibilidades técnicas do medium mas as suas insuficiências, as suas carências. - A curiosidade é grande, já estás a trabalhar noutro projecto? É verdade. Já estou. Estou a trabalhar em dois projectos distintos tanto com a BMW como Instituto de Medicina Legal. Ambos muito interessantes por razões diferentes. “A Impossibilidade Poética de Conter o Infinito”, vernissage e entrevista a Edgar Martins ENGLISH - ITALIANO - FRANÇAISE - ESPAÑOL No passado dia 26 de Junho fui a um vernissage, à Gulbenikian de Lisboa, da exposição fotografica de 

ENGLISH – ITALIANO - FRANÇAISE – ESPAÑOL

No passado dia 26 de Junho fui a um vernissage, à Gulbenikian de Lisboa, da exposição fotografica de Edgar Martins.

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Edgar é um fotografo portugûes, nascido em Évora mas que cresceu em Macau. Em 1996 foi viver para Londres onde estudou fotografia no London College of Printing & Distributive Trades, e conseguiu un mestrado em Photography and Fine Art no Royal College of Art de Londres. Em 2010 o Centro Cultural Calouste Gulbenkian  de Paris organizou a sua primeira retrospectiva.

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Tive o privilégio de admirar o trabalho fotográfico de Edgar com o seu próprio comentário. O fotografo teve acesso privilegiado a dezenas de instalações da ESA (Agência Espacial Europeia) que nunca abriu as portas  à projetos artísticos. O resultado foram 60 fotografias, “A Impossibilidade Poética de Conter o Infinito“.  O projecto inclui também a publicação de um livro e uma serie de conferências, debates e seminários em várias universidades europeias.

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Entre 2012 e 2013, durante 18 meses, o fotógrafo português esteve nas instalações da ESA, naquela que foi a primeira vez que a agência abriu as portas a um olhar externo. Esteve ainda em empresas parceiras da ESA, passando pelo Reino Unido, Holanda, França, Espanha, Alemanha, Espanha, Itália, Cazaquistão e Guiana Francesa.

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Se vocês querem visitar a exposição será patente até 7 de setembro na galeria de exposições temporárias da fundação Fundação Calouste Gulbenkian.

Durante o vernissage tive a oportunidade de falar com o fotografo que me prometeu uma entrevista.

Aqui vai, boa leitura.

COVER JACKET (LR)

- Como surgiu a ideia de fotografar uma agência espacial?
Não fui um filho da geração da «corrida espacial». Nasci no final dos anos setenta, mas deixei-me encantar pelas missões Apollo como se encantaram aqueles que as viveram. E tal como tantas outras crianças das décadas de sessenta e setenta, também eu quis tornar-me astronauta (o que não era tarefa fácil para um europeu a crescer na China).
Lembro-me de, em adolescente, sonhar com o espaço. De facto, em toda a minha vida, só tive dois sonhos recorrentes. Um é um pesadelo estranho, com diferentes figuras geométricas que não encaixam bem umas nas outras a caírem do céu, e que se aglomeram criando formas cada vez maiores e mais esotéricas, como um jogo de Tetris infernal. Mas isso é uma conversa para outro dia, muito provavelmente com um psiquiatra.
O outro sonho é ligeiramente mais tangível, ainda que igualmente desconcertante, que me leva frequentemente a acordar de lágrimas nos olhos. Nesse sonho sou atirado para o espaço (apesar de nunca me lembrar de como isso aconteceu exactamente). Quando entro em órbita sobre a Terra, a flutuar na gravidade zero e olho para baixo, para o planeta, pela primeira vez, a experiência deixa-me avassalado. Subitamente, sou invadido por um profundo sentimento de calma e consciência, como se finalmente tivesse compreendido todos os segredos do planeta e a solução para os seus problemas. É o tipo de momento em que somos confrontados com o nosso ímpeto dialéctico e saímos a ganhar. Depois, acordo. Recentemente, foi-me dada a oportunidade de conhecer e conversar com alguns astronautas que me confidenciaram que ver a Terra do espaço pela primeira vez é uma experiência bastante comovente. Os astronautas do programa Apollo falam de uma experiência transcendental ou espiritual. Também é do conhecimento geral que a tão celebrada fotografia do Nascer da Terra, feita durante a era Apollo, inspirou toda uma geração de pessoas, nomeadamente o movimento verde. Para resumir uma história que já vai longa, o espaço e todo o misticismo e maravilhas tecnológicas que o rodeiam têm uma ressonância imensurável na nossa consciência social e individual. Isto é algo do qual eu sempre tive uma consciência clara, e é por isso que o espaço tem sido um tema recorrente no meu trabalho. Este é um tópico que constantemente me (nos) arremessa para as antíteses da percepção e da existência, que nos empurra para a exploração das fronteiras volúveis e realidades instáveis que instiga ligações inesperadas, ilógicas e oscilantes.
De forma que, quando um dia, li um artigo de um dos directores da ESA a explicar a importância da agência se abrir ao público de uma forma mais marcante, considerei que este seria o contexto ideal para os contactar.
Nesse mesmo dia escrevi uma longa carta à ESA onde expliquei que queria produzir a mais completa descrição de sempre de uma das mais importantes organizações científicas e espaciais e dos seus programas.
Mencionei que acreditava que o futuro da exploração espacial exigia um contínuo diálogo social e cultural, no qual as artes e, em particular a fotografia, podia desempenhar um papel dinâmico e vital.
A proposta que apresentei à ESA foi bastante ambiciosa: propús participar de forma crítica nos seus programas, tais como os programas de microgravidade, navegação, telecomunicação, exploração lunar, de Marte, de Mercúrio, entre muitos outros, elaborando ao mesmo tempo reflexões acerca das novas políticas de exploração espacial bem como acerca do impacto deste tipo de aplicação tecnológica na nossa consciência social. Mais do que um projecto sobre a agência espacial europeia e sobre o imaginário ligado à exploração espacial este projecto teria também de representar uma reflexão sobre a nossa relação com a tecnologia.

Dado que as instalações da ESA são inexoravelmente heterogéneas, lugares onde existe uma convergência, sobreposição e desfocagem dos sentidos, funções e temporalidades, um dos principais desafios que se me colocou foi desenvolver uma abordagem que fosse simultaneamente descritiva e especulativa, que documentasse mas também desconstruísse os espaços e os objectos, revelando assim as suas derivações poéticas e ressonâncias culturais e ideológicas.

- Não é comum fotografar a ESA, como reagiram ao teu pedido?

Eu fiquei muito sensibilizado com o facto de a ESA ter acolhido o projecto e a ideia de eu trazer comigo uma perspectiva artística e crítica. Trata-se da primeira vez que a agência abriu as suas portas a um artista visual, desta forma.

De uma forma geral a prestação e atitude da ESA e dos seus funcionários foi louvável.

A abertura de espírito da organização ao projecto e às minhas ideias (por vezes um pouco ambiciosas) e o apoio logístico que me facultaram foi notável (e, também, algo surpreendente) o que permitiu produzir um projecto original, coerente e multifacetado.

- Quais foram as dificuldades maiores que tiveste que enfrentar durante o teu trabalho fotográfico?

Condicionantes logísticas e operacionais já eu esperava.

Todavia, não há dúvida que um dos grandes desafios que enfrentei foi o demobilizar e despertar a curiosidade e interesse dos funcionários dos vários locais que visitei e sensibilizá-los ao mesmo tempo para a minha forma de trabalhar e ideias.

Apesar de eu ter o apoio incondicional da administração da ESA foi necessário negociar as condições/termos de acesso aos vários locais, en loco.

Há que ter em conta que a minha forma de trabalhar é quase antagónica à realidade dos espaços que estava a fotografar. Para além disso também é importante salientar que Agência Espacial Europeia não tinha, na altura, uma cultura de diálogo com artistas.

- O teu eliminar completamente o factor humano, tirando os cadernos de apontamentos, foi ditado para exigências ou foi uma escolha meditada?

Em projectos anteriores a exclusão de pessoas fez sempre parte da minha metodologia. A omissão de pessoas, de referências temporais concretas, permitiu-me sempre proporcionar ao leitor um canvas branco aonde projectar as suas próprias ideias, experiências, etc.

A ausência de pessoas obriga-nos a preencher o vazio que a fotografia implacavelmente expõe.

De certa forma este trabalho mantém esta linha de abordagem, mas neste caso concreto a omissão de pessoas também teve a ver com razões operacionais e técnicas (no sentido em que as longas exposições nem sempre registam movimento).

- No documentario Entre Imagens, da RTP2, a um certo ponto afirmas que o que tu fotografas não são objectos mas “eventos”, pode nos explicar melhor este conceito?

Eu sempre tive um interesse particular em teatro, em performance, mas não no sentido tradicional da palavra. Nas minhas imagens estou frequentemente interessado em captar a performance do mundo, enquanto si próprio, mas como um conjunto de processos e factos. A meu ver a única forma de captar isso é abrandando o tempo razão porque uso longas exposições e porque uso a minha câmara fotográfica como se fosse uma câmara de filmar. Eu sempre gostei da ideia que cada e qualquer espaço sofre um processo de mutação instigado pela pessoa que o observa e sempre que o observa. Ou seja, o mero acto de observação faz de nós agentes activos, nesta relação que temos com o mundo que nos rodeia.

De forma que o que estou realmente a dizer é que se pudermos abrandar o tempo o suficiente talvez possamos captar isso. Portanto, eu não vejo nem os espaços nem os objectos representados nas imagens como tal, mas sim como eventos. As minhas imagens representam um tempo suspenso antes ou depois de um evento. Representam a memória de um evento. Representam uma dimensão temporal mais alargada que, por vezes, não pode se definida nem negada. Isto é particularmente relevante em projectos mais antigos como The Accidental Theorist ou When Light Casts no Shadow.

- Durante o vernissage na Gulbenkian de Lisboa disseste que o que te fascina mais no acto de fotografar em analógico é o que algo sempre surpreende-te. É este o que te dá a motivação de continuar a fotografar com estes meios?

Sem dúvida. É um factor importante. A fotografia sempre permitiu ao fotógrafo exercer um certo grau controle sobre o sujeito fotográfico . O meu objectivo é abdicar de uma parte desse controle. Portanto, aquilo que me motiva, hoje em dia, não são as possibilidades técnicas do medium mas as suas insuficiências, as suas carências.

- A curiosidade é grande, já estás a trabalhar noutro projecto?

É verdade. Já estou. Estou a trabalhar em dois projectos distintos tanto com a BMW como Instituto de Medicina Legal. Ambos muito interessantes por razões diferentes.

“A Impossibilidade Poética de Conter o Infinito”, vernissage e entrevista a Edgar Martins ENGLISH - ITALIANO - FRANÇAISE - ESPAÑOL No passado dia 26 de Junho fui a um vernissage, à Gulbenikian de Lisboa, da exposição fotografica de